lunedì 11 novembre 2013

Il Buongiorno dell’undici

Stamattina è arrivato il Buongiorno come in altre occasioni.
C’erano delle belle parole, che vorrei commentare da qui, da me.

Una delle cose più importanti che possiamo darci l'un l'altro è la nostra attenzione.
Un silenzio amorevole guarisce e conforta molto di più che tante parole dette con le migliori intenzioni.

Vero.
Ma certi silenzi sono come stiletti in profondità, feriscono e corrodono molto più che tante parole offensive e pesanti.

Bisogna stare attenti alle parole. Anche a quelle non dette.

La comunicazione non è solo sonora, ci si deve sempre ricordare anche il peso dell’espressione, dello sguardo, del momento, dell’attimo che fugge, del tono e del modo.

Attenzione, quella sì, e comunicazione, sempre.
Non ci si dovrebbe mai scordare di comunicare, fosse anche un ciao a gesti durante una corsa nel parco, o nell’attraversamento di un semaforo, o davanti alla foto sul marmo, o davanti alla tazzina del caffè fumante.
O appena il giorno ti fa aprire gli occhi baciando lieve chi in compagnia.


Parlare. Sempre.

domenica 10 novembre 2013

I megascreen hanno salvato lo spettacolo

E’ noto ormai, ai più, che a me piace la musica.
Più o meno tutta la musica, anche se ammetto senza troppi ripensamenti che certi tipi di musica non li capisco proprio, ed io pongo questi tipi alle estremità opposte della forbice musicale che ho in testa.
Cavolo se è complicato!
Comunque, nonostante questa mia innata avversione per certe melodie, dove, in effetti, spesso ci sono troppe robe che io sintetizzo in rumori, ammetto che alle estremità già citate ci sono dei brani che in effetti sono proprio belli.
Metti per esempio alcune robe dei Rondò, o alcuni pezzi di Frankie. Certo il tutto è dato dalla mia ignoranza, sono certo mi avvicinassi con passi decisi e seguiti riuscirei a raccoglierne le essenze migliori.
Ma la musica non è solo suono.
Per me è anche canzone.
E per me, quindi, sono anche le parole.
Dunque, in effetti, sono le canzoni.
E quindi, per me… citando… non solamente per le canzoni, per le parole o la musica.
Eccola, allora, la condizione migliore per una canzone: quella dal vivo.
La musica dal vivo, suonata lì davanti a te.
Le parole dal vivo, dette urlate sussurrate lì davanti a te.
Eccola, la condizione ottimale.
La mia prima esperienza a dimensione di stadio fu per caso, molto per caso. Già in quell’occasione riconobbi che esistevano due condizioni ideali.
L’altezza c’era senz’altro grazie alla natura generosa.
Il megascreen c’era grazie alle intuizioni di geni.

Sì, perché, ne sono convinto, le manifestazioni da vivo, certi concerti, senza i megascreen, magari diffusi in ampia un’area, non avrebbero senso di esistere. Ne sono certo.

Io non ascolterei mai una persona senza vederla.
Quindi avrei difficoltà ad assistere a un concerto dove non riesco a vedere i musicisti e il cantante.
Le robe dal vivo vanno vissute con tutti i sensi, e anche di più.


A parte la radio, che stimola l’immaginazione. Ed è un’altra storia.

Alla prossima…

venerdì 8 novembre 2013

Tu, il fuoco e Chimena

Qualche giorno fa mi stavo chiedendo cosa si combinava, è un modo di dire, nelle Marche, mi chiedevo se ci fossero state delle novità e se fossero scritte in rete.
Rete che da me è ancora tanto lontana, anche se a volte, come ora, mi trovo proprio dentro, ma dentro dentro, e sempre dalla mia parte.
Lascio aperta la porta e le finestre, in attesa che qualcuno saluti o entri e o dica qualcosa, che passi a lasci il segno o che passi e raccolga qualcosa.
Comunque, il mio dito indice destro aveva cominciato presto a pigiare il clic del mouse un po’ qui e un po’ lì, quasi in apparente disordine, quasi senza senso, ma gli occhi ingordi e avidi cercavano di raccogliere tutto il possibile con quelle immagini e soprattutto con quelle parole.
Le parole, cavolo, come le aveva sapute usare bene in quel libro che, diciamoci la verità, l’argomento è condiviso e amato, ma era stato altro a folgorare quella parte di me.
Erano i modi e certe parole, certi modi di usare le parole, e la punteggiatura da togliere il fiato, e l’ironia, e le immagini e le situazioni descritte, era senz’altro lo stile, uno stile unico e personale che invidio, dalla giusta distanza.
Poi, d’improvviso, quasi, mah, forse, chissà, comunque, alla fine sono morto lì, in un punto preciso.
Cioè la ricerca si è fermata lì.

Ebete, in apnea, col sangue che girava forte, con i pensieri accartocciati, con le parole che mi domandavano un sacco di robe. E le risposte che stentavano ad arrivare.

Ma tu ce lo hai mai avuto il fuoco, dentro?
Conosci quella smania che non ti fa dormire, che graffia lo stomaco, i sogni, la pelle?
Hai mai guardato qualcuno e sentito quel dolore, quel piacere, quella fame che ti mangia il cuore e l’anima?
Hai mai tenuto tra le braccia tutta la tua vita pensando fosse tua e per sempre?
L’hai mai persa giusto un attimo dopo, inesorabilmente?
Hai mai provato la sensazione di capire almeno per un solo attimo esattamente il disegno che il destino ha riservato per te?
Hai mai visto almeno una volta la tua bellezza negli occhi di chi ti guarda?
Hai mai avuto anche se solo una volta nella vita la sensazione di tenerla in pugno, la tua vita?
C’eri, la volta in cui in mano ce l’aveva qualcun altro?
C’eri, la volta in cui hai pianto rabbia e urlato contro ogni divinità mai immaginata?
Ci sono state quelle notti là, quelle in cui tu fai uscire la parte peggiore di te, quella che non conosce nessun altro oltre te, nemmeno tua madre che t’ha messo al mondo?
Hai mai spalancato gli occhi di fronte al mare, al piacere, a lei o a lui?
Ti sei mai messo a letto la sera senza sonno, e guardando il soffitto hai visto passare tutti i giorni e le notti della tua vita una dopo l’altra? Hai mai pregato che ti lasciassero dormire, una volta almeno, non pensare, una volta, almeno, una volta?
Hai mai camminato lungo le strade deserte della tua città nei giorni in cui non c’era nessun altro oltre te per cercarlo, cercarti, senza trovarti mai?
Lo sai, cosa significa camminare e respirare e vivere un giorno dopo l’altro portandosi appresso questa fame, questo volersi e volere sapendo di non poter avere?
Lo sai cosa significa desiderare e volere e spendere tutte le tue energie per un sogno una vita e non riuscirci, non riuscirci mai?
Hai mai provato la sensazione che dà indietro il mondo quando tu spalanchi le tue braccia e il mondo ti passa davanti senza guardarti nemmeno?
Non so quanti sì e quanti no tu abbia detto.
Io ho un sì come risposta ad ogni domanda.
Questa sono io, io sono questa qui, quella che guardi credendo di vedere, che ti fai un’idea senza nemmeno pensare.
Quando anche tu avrai un sì come unica risposta, allora ok, allora parla pure con me.

            da “Sette notti con Liga” Chimena Palmieri, 8 ottobre 2013 alle ore 7,54

Io non lo so se ho tutti sì, quindi non so se posso parlare con lei.
Io non lo so se ci sono dei no, che non ne sono mica certo.
Io non lo so se certe risposte possono essere solo sì o no.
Io non lo so, ma ci provo.
E allora sono qui, anche solo per salutarla.
E per scrivere che il fuoco c’è stato, che la smania c’è stata e ci sarà, che qualcuno c’è stato, che la mia vita è stata tra le mani e la voglio lasciare andare e non è sola, che quella sensazione mi fa venire i brividi ed è sempre presente, che quella bellezza che dicono mia io proprio non la capisco, che quel pugno che ti stringe la vita mi sa che l’ho già visto, che c’ero eccome ed entrambe le volte, che c’ero con tutte quelle urla, che quelle notti ci sono state e forse ci saranno, che gli occhi devono rimanere aperti davanti a certe robe, che ci sono stato a letto implorando il mio spazio e il mio tempo, che ho camminato e camminerò, che credo di conoscere certi significati, che credo che so cosa voglia dire sognare, che certe sensazioni credo di averle provate.

Quindi, ora, non ho che da salutare.

Ciao Chimena, sono contento di quel po’ che ho.

Alla prossima, volentieri.


domenica 3 novembre 2013

Ho rivisto Cif, quasi

Stavo entrando nel mondo dei grandi.
Era lì a un passo ed io piano piano cercavo di muovere i miei primi passi incerti e zoppicanti.
All’improvviso, nel bel mezzo di un’estate incandescente, arrivò correndo e saltando e sbavando, era Cif, il bracco tedesco più forte mai visto sulla faccia della terra.
Roba che da lì a qualche anno aveva vinto pure dei premi in esposizione, ed era pure ricercato per la fecondazione, ma lui non aveva mai avuto tempo per certe robe, ha sempre preferito la selvaggina.
E se non era il cacciatore a sparare bene, lui sgridava e pensava da sé al bottino.
Non è stato da solo l’episodio del rientro dalla perlustrazione con tra i denti il fagiano ancora scalpitante.
E non si è mai scordato di sgridare con la sua testata alla gamba quando chi lo accompagnava sbagliava un colpo sicuro, come a dire io che faccio il lavoro sporco, voglio pure divertirmi, vedi di non mancare più il bersaglio che altrimenti mi devo arrangiare da solo come spesso.
Cif è un mito. Era perché gli anni sono passati e la malattia se l’è portato via ancora in forma.
E’ perché il mio ricordo si ferma all’immagine dei suoi muscoli delle zampe posteriori, al suo sguardo da marpione, alla sua corsa ciondolante e potente, alla sua preda tra le grinfie.

L’altra sera stavo attraversando il Boschetto.
Un bracco tedesco con collare giallo e campanella stava attraversando la mia via.
Era visibilmente frastornato e confuso come a non sapere dove andare.
Mi sono fermato, ho accostato, ed ho impedito che la sua fine fosse vicina sotto le ruote involontarie dei passanti.
L’ho preso con me con i miei passi, nei pressi della Bottega.
Pochi minuti dopo, anche dopo una mia notevole ansia che mi faceva dubitare sul da farsi, è comparso il cacciatore padrone del bracco.
Mi ha ringraziato, io gli ho spiegato l’accaduto, e mi ha ringraziato di nuovo.

Sono stato contento di avere perso non avere perso del buon tempo per accudire qualche minuto un bracco tedesco sperso per la via.


Ci ho rivisto Cif, quasi.

venerdì 1 novembre 2013

Ho la memoria che ho

Qualche sera fa ero in giro a piedi per i viali del paese.
Le foglie abbondanti di quest’autunno indefinibile erano incollate dalla pioggia scesa nei giorni precedenti.
La temperatura dell’aria, nonostante l’ora serale, permetteva di non indossare alcun giubbotto.
Il cambio dell’ora legale solare costringeva il sole al sonno e la notte a presentarsi presto.
Avevo fretta, osservavo i miei passi e guardavo distratto chi incrociava la mia via mentre camminavo svelto per i miei pensieri e i miei conti.
Seduti al tavolino di un bar erano due ragazzi, poco più giovani di me, una lei e un lui. Lei non la conoscevo, direi proprio mai vista, lui lo conoscevo, certamente quel viso mi stava raccontando che ci avevo pure parlato in uno o più momenti del mio passato nemmeno troppo lontano.
Ma quale sarà stato mai il suo nome?
Ero certo fosse lui, incontrato per pochi mesi e a intervalli ripetuti, quindi magari male, ma ero certo fosse lui.
Mi capita spesso di vedere volti e sorrisi e sguardi che mi dicono qualcosa, che al minimo mi raccontino immediatamente una roba tipo guarda che ci siamo conosciuti e abbiamo parlato spesso insieme, si certo sono io quello che pensi che io sia, o qualcosa del genere.
Qualche sera fa ero in giro per i viali, scalciavo le foglie umide sull’asfalto a ogni movimento del mio passo, e un ragazzo seduto al tavolino di un bar aveva distratto l’attenzione dalla sua compagnia, dolce!, per sorridermi e dirmi qualcosa. Certamente per ripigliarmi dalla mia solita testa tra le nubi mi aveva detto uno svelto ciao non ci conosciamo più?, mentre io crollavo sulla terra certo di sapere chi fosse ma ignaro completamente del suo nome rispondevo col mio sorriso migliore, spero, certo mille anni fa in mezzo a un campo…, lasciando intendere che fosse una battuta e proseguendo la mia via sicuro che io, da sempre, ho la memoria che ho.

Mi dispiace incontrare persone e sapere di poterle salutare poiché un minimo di passato in comune esiste da qualche parte e non avere la certezza di poterle chiamare per nome o foss’anche per soprannome.
Mi dispiace, e un po’ mi sento in colpa.


Ma sono fatto così. E porto pazienza.