martedì 21 luglio 2015

Sono stati bravissimi!

Sono stati bravissimi!, e non smetterò mai di affermarlo.
Hai un'idea e vorresti coinvolgerli.
E almeno uno dei due ne è entusiasta. Allora inizi a pensarci per bene, e passano i giorni, e passano altri impegni.
Arriva il giorno che dovrebbe vedervi protagonisti di una bella giornata e tu che fai?, pensi bene di essere stanco. Come loro peraltro.
La mattina stessa hai una illuminazione: il giro, passeggiata, o trekking che dir si voglia, sarà in Val Sorda nel Valpolicella poco a nord di Verona.
Quindi panini, vestiti, occorrenze varie, e sono pronti due zaini da portarsi appresso per quella che dovrebbe essere una buona escursione. A questo punto pomeridiana.
Tu lo sia bene che un pochino è azzardata. Visto che conosci il percorso perché già camminato in un paio di occasioni, sai anche che sarà solo la prima parte a darti più pensieri, con gli ostacoli e gli esercizi naturali, e che dopo sarà solo una lunga camminata per il rientro.
E allora perché non andare per davvero in quella che sembrerebbe una villanata di altri tempi ma che è semplicemente un'escursione pomeridiana?
Andate. Voi tre. Come altre volte. Voi tre. E un perché anche in questo caso ci sarà.
L'apparenza dice che sono pronti per un giro così lungo, e quando siete al parcheggio nei pressi del Mulino sono pronti a cambiare i sandali con le pedule, sono pronti a mettere lo zaino sulle spalle, pronti con berretto in testa e bastone al fianco.
Cominciate a camminare e subito inizia la tua tiritera di raccomandazioni, giacché andare per sentieri non è una passeggiata, e questo è tutto dire.
L'ambiente è coinvolgente come le altre volte, è bellissimo, e il frastuono del torrente è una fresca copertina alla calura che stenta ad andarsene.
Gli ostacoli si presentano puntuali, come previsto, e sono affrontati attentamente, come sperato.
La vista del ponte tibetano sopra la vostra testa non fa che incentivare i passi.
Ma i crampi di fame del pranzo, giacché lo sai bene siete partiti ben tardi la mattina, si fanno sentire presto.
Pochi ostacoli dunque, pochi attrezzi da escursionisti esperti, e vi fermate seduti al bordo del sentiero.
Avete già affrontato delle passerelle, delle scalette, delle rocce un po' così, come dire, impegnative, e delle corde, funi e catene. Avete già percorso e affrontato un tratto esposto al torrente, dove il torrente è solo una vasca di roccia lunga sottile, dove mettere male un piede o una mano significherebbe scivolare giù. Non è nemmeno lo scivolare in acqua (e magari, per certi versi, scivolare in acqua fredda vista la canicola estiva), bensì è scivolare sulla roccia, eventualmente sbattendo qua e là, col rischio di segnarsi rompersi o altro.
Quindi tu, dal loro fianco, hai già perso qualche anno di vita.
Eppure sorridi con loro mentre mangiate gli avanzi scongelati di spaghetti al tonno e di salmone alle patate e mentre sgranocchiate i panini del mattino, ma soprattutto mentre bevete. Bevete molto, pure i sali minerali...
Fa caldo, le magliette sono ben madide, i berretti gocciolano l'essenza della fatica.
Siete sereni.
Mentre consumate gli ultimi morsi, di fame o di cibo, osservate stupiti e imbarazzati quattro persone, presumibilmente una famiglia, probabilmente non italiana, scendere scivolare dal fianco del monte davanti a voi, immaginando tutta la loro difficoltà nel muovere quei passi su quel ripido pendio.
Controlli l'orario. Ripartite, senza perdere troppo tempo perché se è vero che la seconda parte “è solo tutta camminata” è anche vero che è necessario arrivare alla metà della passeggiata così da essere saliti più in alto, fuori dalla gola, e poter contattare chi di dovere per lasciare anche solo un misero messaggio della serie “tutto bene, tutto come previsto”.
Perché in quella gola, e pare tutto attorno, non c'è il minimo campo, c'è “solo chiamate di emergenza”.
Continuate dunque la vostra avventura. Pieni di chiacchiere, battute, sospiri, e le prime fatiche.
Lasci sempre più spesso che siano loro, chi prima chi dopo, a trovare il segno biancorosso per proseguire i passi. E lasci che siano loro a capire e spiegare come affrontare i vari passaggi sui vari ostacoli (che ogni tanto tu chiami “esercizi ginnici”).
Sono bravi. Capiscono. Spiegano. Vogliono fare da soli.
E tu, dietro, o di fianco, solo a controllare i loro passi.
E tu, alla distanza giusta, speri, attendi che siano loro a chiedere a te.
E tu, correttamente, lasci loro tutta la libertà possibile.
Quello che avresti mai voluto vedere poi capita. Davanti ai tuoi occhi scivola uno di loro. Scivola e non ci puoi fare niente. Scivola e non si agita. Stringe i denti. Si ferma presto. Si alza si tocca. E' bagnato infangato e stanco e deluso. E' serio. Presto sei da lui. Lo rincuori. Lo sorreggi. Ti accerti delle condizioni. Pare a posto. A parte lo spavento. Stringe i denti, forse per non mollare la tensione. Forse per non piangere.
Prendi in mano la situazione, e fortuna non sei da solo. Vi aiutate. Lo cambi, nuovi pantaloni nuova maglietta.
Ecco cosa serve il cambio nello zaino, quello che non vorresti mai utilizzare ma che all'occorrenza deve esserci.
Sei organizzato bene, nonostante tutto, nonostante tutti i pensieri che hai.



Annunci che presto arriverete al termine degli ostacoli, che verso la fine ce n'è uno veramente interessante.
E tra te e te speri ancora che non sia troppo tardi.
Finalmente arrivate alla roccia, e al suo laghetto di sotto. E loro non sanno che pesci pigliare. E loro si immaginano camminare dentro al laghetto perché non capiscono mica come poter passare. Allora fai notare che il segno biancorosso non è come tutti gli altri, che è disegnato diversamente, che sembra proprio una freccia, come a indicare la via.
Dunque, un attimo di riflessione, e capiscono che ci si deve infilare sotto a quella roccia nei pressi del suo laghetto, che ci si devono utilizzare dei passaggi stretti con pioli in metallo piantati nella roccia.
E via allora, sdraiati sul sentiero roccioso a scalare quella che sembra un'impresa.
Poco oltre incrociate i passi dei quattro ragazzi di cui una in infradito. Sono gli stessi che al mattino appena cominciata la camminata vi hanno superato senza alcuna difficoltà. Biascicano alcune parole tra loro, ma mica tanto, come “ci siamo quasi persi”. E tu immagini che stiano rientrando da non so dove, che nemmeno li vedi adatti a camminare lì in quella gola. Passate oltre e non vi curate troppo di loro.
Avanti qualche passaggio a passi ben distesi, se non fosse per i su e giù ripidi del fianco della montagna, arrivate in un tratto tranquillo; l'acqua è lontana o sotto i massi che calpestate, ma spesso scorre sulle lastre di pietra che ogni tanto siete costretti a camminare.
Ancora, ma l'altro, vedi quello che non vorresti vedere. Scivola col piede e cade. Cade sembra male e fragorosamente. Il pianto è immediato. Si tocca, si tocca troppo. Eppure è in piedi con te. Ti guarda rapito dal dolore. La tua preoccupazione aumenta ma non la lasci palesare. Ora è da curare, nel senso di tranquillizzare. Il grosso anche questa volta è lo spavento.
Passerà.
Quello che non passa è la stanchezza. E ora che non siete nemmeno a metà è veramente già troppa.
Però è forte anche lui, come l'altro, come te. E proseguite.
C'è un altro passaggio che ti fa perdere anni di vita, è scivoloso ed è cieco. Ma siete oltre che sembrate uno spettacolo.
La gola si stringe. Il torrente torna a fare sentire il suo canto. Il cielo azzurro si nota sempre più tra le fronde degli alberi. Ormai è ora di salire, finalmente, al paesello di metà camminata.
Ma la via non c'è. Cioè voi non la vedete. Cioè dopo l'ultimo segnale biancorosso pitturato sull'ultima grande roccia ci sono solo un ampio laghetto la gola stretta e tanti alberi sradicati e franati.
Ti fai silenzioso. Molto. Controlli oltre. E' una situazione che hai già vissuto e sai bene che se oltre l'ostacolo non si vede alcun segnale è molto probabile che sia meglio non proseguire. Valuti. Respiri. Ti fai pure silenzioso. E loro con te. Probabilmente capiscono il vortice dei pensieri che hai in testa e almeno ti lasciano riflettere un po' in pace.
Poi controlli l'ora dell'orologio: è già troppo tardi per qualsiasi situazione. E non va bene. A quell'ora dovevate essere ben oltre la metà, ben oltre il paesello. E non c'è ancora segnale. La gola strozza ogni possibile comunicazione.
E la tua preoccupazione pensando a chi dover voler avvertire si fa grande. Ma la tieni per te, che loro non possono non devono percepirla.
Si torna indietro!”, sentenzi senza battere ciglio.
Avverti che sarà da ripetere tutto, tutte le difficoltà saranno da camminare, tutti gli ostacoli da superare... che non c'è altra via per tornare all'auto.
Sorridi distraendo i loro sguardi preoccupati, e cammini facendo loro segno di muoversi e di sfruttare tutti i tratti che consentono di camminare al meglio, sempre attenti a dove come si mettono i piedi, in svelto per accorciare al massimo i tempi.
Il sole è ancora alto ma presto andrà dietro la montagna a ovest...
Poco dopo realizzi che quei quattro ragazzi di cui una in infradito avevano anch'essi forse, forse?!, FORSE!!!, trovato il sentiero occluso dalla frana, ma da veri “BASTARDI LORO E CHI COME LORO” non avevano detto nulla in merito, non avevano avvertito voi tre. Niente di niente. Solo vaghi sorrisi di circostanza falsi e e pieni di superbia.
Presto arrivate al primo esercizio di equilibrio su quella lastra di roccia e trattenendovi alla corda riuscite bene nel passaggio. Loro sono concentrati, e tu li trascini bene. Altro ostacolo altro giro altro gettone altro passaggio. E camminate verso il rientro.
Ma sai bene che sono tanti gli ostacoli, e che rischiate di scivolare o cadere o ancora peggio. Hai già visto cadere entrambi, e non vuoi assolutamente ripetere quelle visioni.
Immagini che forse, forse, se salite sulla destra, magari salendo un po' ripidamente, arrampicandovi, potreste trovare il bosco che guarda il sentiero che sarebbe stato di rientro; controlli la mappa e vedi bene che le linee di altitudine sono lontane, quindi da quella parte la collina scende lentamente; capisci che potrebbe essere davvero una buona idea; controlli spesso alla tua destra, in alto, ma è sempre sempre più roccia, e sembra inattaccabile dai vostri passi.
Nel mentre loro ti seguono ligi, a volte sorridono, a volte scherzano. E tu li senti sereni.
Arrivate, finalmente, all'indicazione per la grotta. Di lì sale un sentiero, sembra fiancheggiare il fianco del monte. Ti piace, e piace a loro. Quindi vi avviate pestando la traccia che a volte è nascosta dalle frasche. Si vede bene che non è frequentato molto anche se ben visibile. E sembra davvero aggirare il fianco del monte. In breve scorgete il ponte tibetano. E sospirate positivamente. Quel ponte lo avevate visto all'inizio del percorso, quindi giocoforza siete verso la fine. Sospirate ancora. Sorridete bene.
Ricordi perfettamente che all'inizio del percorso era presente un cartello segnaletico indicante il ponte tibetano, ed era proprio da quella parte, quindi il ragionamento ti porta a pensare che attraversando la gola sul ponte potreste arrivare davvero a un sentiero certo per fare ritorno al parcheggio dove c'è l'auto.
Vi concentrate bene e con la massima attenzione camminate sul ponte sospeso a quaranta metri sopra il torrente, che da così in alto nemmeno si sente scorrere. Quando arrivate di là, che tu pensi il punto di partenza per il definitivo rientro, loro fanno merenda e tu controlli i dintorni scoprendo che il sentiero che vi apprestare a camminare sembra appena fatto, e sembra fatto apposta per arrivare al ponte partendo da giù, là dove l'auto vi attende.
Ti guardi intorno ed ammiri il panorama, ammiri quello che manca poco essere il tramonto. E' estate e il tramonto è lungo in estate, ma le montagne tendono a nascondere prima del tempo la discesa del sole nella notte.
Proseguite, dunque, rigenerati dagli ultimi ragionamenti e dalla consapevolezza che non siete sperduti non si sa bene dove. Siete convinti, e cominciate a salire i gradini terrazzati con le travi di legno. In poco arrivate a una panchina (e tu pensi tra te e te che se c'è una panchina c'è anche una buona via, e che quindi siete davvero sulla strada giusta, e pensi che ve la state cavando bene), che si trova su un piccolo spiazzo dal quale si gode una vista panoramica delle valli e dei monti. Affascinante, ma voi dovete ancora proseguire.
Il sentiero vi costringe a salire ancora, sulle rocce, con gradini naturali non sempre agevoli. Ci sono dei tratti che sono molto esposti. E le tue preoccupazioni aumentano.
Lo senti che sei preoccupato, lo sai e lo vedi delle infinite gocce di sudore che scendono incessanti dalla tua tesa. Sai che sei in pericolo, che loro con te, che basterebbe un attimo. Lo sai bene e ti sforzi di abbracciare entrambi per proseguire bene.
Successivamente il sentiero si sviluppa senza gradini, livellato sul fianco, ma non scende. Ti permette di provare a chiamare col telefono, perché tutta quella salita potrebbe avervi portato in un luogo dove il segnale arriva. I vostri telefoni infatti cominciano a vibrare e a risvegliarsi. Fate una telefonata per tranquillizzare chi attende ancora notizie. E mandi un messaggio breve per cercare altra tranquillità, ché non vorresti mai fare preoccupare, e rimandi a più tardi spiegazioni verbali, che ora è lì che devi badare bene.
Poi, dopo molte fatiche, arrivare a un boschetto dove c'è una traccia di sentiero, anzi sentieri, molto ampio, e dove ci sono segnaletiche varie. Tra le quali noti quella che indica il sentiero in Val Sorda, quello degli esercizi escursionistici per esperti, quello con gli ostacoli di roccia corde catene passaggi scalette ponticelli. E noti che in fondo, dove voi avete deciso di rientrare, il sentiero sale a destra con un tornante, e un altro tornante, e poi successivamente sale a sinistra verso il paesello.
Ecco che pensi che forse potevate proseguire senza tornare indietro e soffrire tutto quello sofferto.
Ma il dubbio ti disturba, distrae la tua concentrazione, quindi non ci pensi più, non ci vuoi pensare. Ti concentri sul cartello che punta al Mulino dove è parcheggiata l'auto. Dice 600 metri di lunghezza, 250 di dislivello, 40 minuti di camminata. Dici che 600 metri non sono tanti, sono niente, sono un giro e mezzo di pista. Dici che 250 metri a scendere sono molti, che tutto quello che avete salito fino a quel momento ora è tutto da scendere. Dici che 40 minuti speri siano meno.
Vi avviate e presto il sentiero scende, scende, scende. Sono mille i gradini di roccia che affrontate. E sono altrettanto i tornanti esposti che sembra invitino a buttarsi di sotto.
Tutta l'acqua, in partenza sembrava troppa, che avevate con voi, che avevi tu nello zaino sulle spalle, sta per finire. La disidratazione è dietro l'angolo. Avete sudato tanto, troppo. Ed il rischio di sentirne la mancanza è alto.
Chi è davanti sceglie bene i suoi passi, e tu poco distante lo ammiri, lo inciti, lo lodi. Chi è dietro si sente meno pronto, ti chiede spesso la mano, e spesso gli dici dove mettere i piedi, anche se altrettanto spesso lui stesso vuole fare a modo suo, e tu lo lodi per le sue iniziative. Così alterni sguardi preoccupati e ammirati davanti a te a chi fa la strada, ad aiuti e sorreggi le spalle a chi è più vicino appena dietro a te.
Scendete, scendete, scendete. E con voi il sole. E la montagna di fronte sembra abbracciare l'arancione del tramonto.
Piano piano vi addentrate nel bosco, il sentiero sembra meno ripido. Un minimo ma non troppo vi rilassate. Vedete il tetto dell'edificio del parcheggio. Siete soddisfatti. E siete stanchi. Stanchissimi.
Talmente stanchi che chi è davanti e cammina per primo non ne può più. Inciampa e cade. Cade. Ma cade bene e si ferma appoggiato a un alberello. Ha un motto di stizza e nervoso, si è impaurito, è stanco, si lamenta.
Butta lì un pianto di sfogo, come a buttare fuori qualcosa, una preoccupazione.
Come a ricaricare per l'ennesima volta le pile di questa giornata.
Poco dopo si fa pausa bagno wc escrementi. E pure questo è motivo di rilassamento e di “ce la stiamo facendo”.
Tu, dentro te che fuori non puoi, salti dalla consapevolezza che manca poco all'apprensione che il buio sta scendendo sempre più. Lo senti bene che ci sei, che ci siete, che siete in fondo. Li convinci a mantenere la calma e la concentrazione, che non è il caso di rovinare tutto proprio a un passo dalla meta.
Poi scorgete un prato. E ascoltate il torrente. E ci siete.
Due, tre passi. Un guado svelto. Il sentiero del rientro che non avete percorso.
L'asfalto. Il parcheggio. L'auto.
Tu sei contento. Contentissimo. Fosse per te grideresti di gioia. Ma il tuo ruolo ti impone altro.
Li inviti a battere il cinque, e anche il dieci. Li inviti a essere felici e soddisfatti. E loro rispondono per le rime. Sorridono, scherzano, tolgono le pedule, si cambiano la maglietta, bevono quel po' che è rimasto. Sembrano pure appagati. Sono stanchissimi.
In poco sedete in auto.
In poco vi rilassate nel rientro.
Chiamate chi deve essere chiamato, tranquillizzando il più possibile, c'è chi sorride c'è chi dice che non ne farà più, c'è chi ascolta in piena preoccupazione.
Ed in silenzio prendete la via del rientro.
Arrivare a casa è ancora lunga.
Vi aspetta un bel viaggio in auto al buio della notte, la pizza, e la gioia del letto per dormire bene.

Sono stati bravissimi!!!
E non smetterò mai di affermarlo!

(e tu, se spesso hai perso degli anni di vita, hai anche raccolto tutto quello che passava, tutto di loro)


lunedì 29 giugno 2015

Riky come Vicky, andata e ritorno

ANDARE, ANDARE. E COME ANDAVAMO!, Fabrizia Amaini, Ed. Fortepiano

Per tutta sincerità mi aspettavo altro, non so cos'altro, ma certamente la lettura mi ha sorpreso, come sempre come spesso.
Per tutta sincerità certi dialoghi non sono proprio in grado di raccoglierli così come sono stati scritti.
Ché non credo mica a una madre che, quando si trova in preda ad ansia e agitazione per il figlio finalmente tornato a casa, anche se praticamente in fin di vita, possa adoperarsi in contorti monologhi e in discorsi complessi per spiegare il proprio stato d'animo. E forse nemmeno quel figlio tanto colto e tanto letterato non so mica se possa affaticarsi in spiegazioni finanche ridondanti.
Ecco, per tutta sincerità questo libro stavo per abbandonarlo sul nascere, quasi.
La lettura si stava arenando e stancando in quelle troppe pagine pesanti del ritorno.
Poi, però, per fortuna, è stata raccontata l'andata.
E allora la lettura è scivolata via, a fianco di Riky, sentendo sulla pelle le sue emozioni di giovane scrittore.
Poi la storia raccontata, del viaggio interiore ed esteriore, è stata uno spasso.
Sorridevo, mi piaceva, mi compiacevo, riflettevo, mi emozionavo.
Poi, il lettore, per fortuna, è stato davvero ammaliato dalla scrittrice.
E quando il lettore si sente un tutt'uno col personaggio, col protagonista, vuol dire che tra lui e chi scrive nasce una sinapsi continua, una scintilla dopo l'altra, che raramente è interrotta prima della fine.
Infatti la fine è arrivata.
E' arrivata come mi aspettavo, giacché la storia di Riki come Vicky un poco la conosco.
E alla fine sono rimasto un poco con l'amaro in bocca, sono rimasto pensando che una persona così, dico io, avrebbe dovuto avere altro riscontro in vita. Una persona così avrebbe dovuto avere una considerazione maggiore, e diversa, soprattutto da quelli che la pacca sulla spalla al bar gliela davano per davvero, ma anche da quelli che lo osservavano e salutavano per le vie del suo borgo.
L'“andata” è stata costretta, cosi come costretto si è sentito il “ritorno”.
E in mezzo tutto quello che è stato, ottimamente descritto da Fabrizia. Ché mi sono sentito là con lui, a volte più a volte meno, in giro a conoscere a volte più a volte meno, di ritorno da una riflessione a volte più a volte meno.
Come spesso mi capita ho “orecchiato” le pagine e o sottolineato dei passaggi, che qui mi permetto di riportare:
     “...Così è l'amore. L'amore è assoluto, non si può comandare, accelerare, guidare, evitare. L'amore è totalità e pienezza. L'amore ti fagocita, ti trasforma, t'inghiotte, e tu perdi te stesso. L'amore è cieco e non sceglie la persona da amare. Ma l'amore può ucciderti. E ha ucciso me”.
     La scrittura mi salvava. Tu non puoi immaginare! La lettura ti fa viaggiare, fantasticare, sognare. La lettura ti erudisce, anche, ti rende libero perché ti svincola dalla tenebra del pregiudizio e dell'ovvietà. La lettura ti nutre. Ma la scrittura! La scrittura è una cosa che non puoi spiegare! Se non ce l'hai dentro, non la capisci. La scrittura ti salva. E ti conserva. E t'alleggerisce.”
     Una trappola, ecco che cos'è la religione! Il calappio al collo ti stringe, poi ti tira dalla parte che vuole lei. E' una fregatura! Ti fa credere che ti ama, poi ti rifiuta se non la obbedisci. Al diavolo preti e religione!...”
     Oh, non è mai troppo tardi. Si può cominciare ad essere artisti anche a quarant'anni. L'importante è che prima di morire si riesca ad estrarre quelle qualità e quelle ambizioni che stavano compresse dentro come abiti dismessi in una cassapanca chiusa a chiave”.
     ...E' sul tempo che bisogna lavorare, perché solo il tempo saprà apportare le giuste risposte e fornire la misura delle cose”
     A volte la sua voce si smorza in flebile sussurro, e la malinconia le rallenta il fiume di parole. Allora i suoi occhi diventano due opache fessure che racchiudono storie lontane.     “L'amore fa soffrire. Non vorrò più amare nessuno””
     Al fondo c'è un dolore troppo grande da celare, ci sono le infinite chimere spezzate, una velleità sconfinata di pace e una silente invocazione d'aiuto da non urlare, perché il suo dolore è una cosa intima, tutta sua, che non può e non vuole condividere”
     ...e vorrei alzare una mano per farmi scorgere, per dire loro che io sono qui, dietro l'angolo, a non perdermi lo spettacolo della preparazione del loro viaggio. Perché sempre di viaggio si tratta: andare in duomo o volare nelle calde terre del sud, è la medesima cosa. Sempre un viaggio. E una fuga. Una fuga verso una realtà diversa che ti restituisca un cibo nuovo per vivere, che ti allarghi novelli orizzonti di utopie.
Andare, andare. E come andavamo!



Ora lo posso rendere a Chiara, compaesana del/i protagonista/i, che certe relazioni nel borgo le ha vissute simili, ricordando che “coraggio che è lunga”.

sabato 25 aprile 2015

Questo 25 diverso

Questo 25 aprile è diverso, non c'è minimo dubbio.
Le robe per la testa sono tutte nuove, oppure sono solo rinnovate.
Cade di sabato e forse aiuta la riflessione, che le tensioni della settimana scemano nelle quasi routine del weekend.
Questo 25 è diverso dall'altro, quest'anno più che mai.
Lo sento, e non so bene perché. O forse sì.
Sarà che ci sono segnali in giro, sarà che non è mai un caso, sembra, quello che accade.
Della serie, ancora, il caso non esiste.
E allora seguiamolo questo caso, come sempre, come spesso.
Qualche giorno fa mi sono arrivati inaspettati due doni che sembrano piovuti dal cielo.

E infatti di cielo e di viaggi s'era pure parlato.

Fatto sta che il dvd “La neve cade dai monti – Dai valori della Resistenza alla Costituzione” , dalla quarta di copertina, dice che “dalle testimonianze dirette di chi l'ha vissuta di persona la ricostruzione cinematografica degli avvenimenti: un gruppo di giovani attori incontrano partigiani e staffette e ascoltandone i racconti vengono fagocitati dalle loro storie.” Il racconto, immagino solo in quanto ancora non ho assistito al film, narra delle vicende di due brigate, in pianura e in città, accomunate dagli intenti e da un tragico episodio. E sempre in quarta di copertina si legge “...eppure lo sconforto viene presto sostituito da una solidarietà e da una fratellanza che li spingeranno a continuare la lotta anche a nome dei compagni caduti.”
C'è un perché, c'è sempre un perché...
Assieme è arrivata pure un'altra spinta a fare, intendendo quel fare che ti porta a spostarti da una posizione all'altra senza soluzione di continuità.
Andando, andando, coi tuoi passi, seguendo il vento ma anche no.

E allora torna la voglia di andare con quei passi, sulla Via degli Dei. E questo, molto, ha il suo perché.



Presto, domani?, stanotte?, non so bene quando?, guarderò il dvd.
Presto, credo, spero, utilizzerò quella mappa mai vista così dettagliata...


E allora via, senza soluzione di continuità.

lunedì 9 marzo 2015

Esistono davvero

Quando si dice che non si sa mai cosa ti può aspettare in un certo momento è proprio vero.
Ci sono momenti, che nemmeno ti aspetti, durante i quali, e il durante è d’obbligo, capisci quanto sei piccolo e volendo insignificante.
Sono momenti che non controlli, che non puoi controllare, e non puoi fare altro che viverli raccogliendo il possibile.
Esistono, me lo raccontavano già qualche anno fa.

Lo raccontò una ragazza particolare che rubò un po’ di tempo al suo lavoro per passare qualche minuto a chiacchierare con me. Mi raccontò la sua opinione, raccontò che per lei esistono e che sono tra noi da moltissimo tempo, e che in poco tempo tra poco tempo conquisteranno il mondo.
Poi sorrise e guardò il cielo, ancora là verso la luna, e spiegò che secondo lei vengono dalla Cina, che si sono insediati là per mescolarsi meglio ai grandi numeri.
Ed io ad ascoltare nelle mie stanchezze, e nella mia meta del giorno dopo.

Poi, una sera in un piccolo teatro di provincia, mi capita per caso di trovare la prova umana concreta della loro esistenza, col pensiero che va a quei momenti su quella terrazza di qualche anno fa.
Esistono davvero, gli alieni esistono davvero e ora ne ho le prove:



c/o CineTeatro Arcadia di Ravarino (MO)


sabato 14 febbraio 2015

Francesco tra gli Amici del Muratori

Spesso, ormai, troppo spesso in effetti, mi riduco a scrollare le notizie, se così le vogliamo chiamare, che distribuiscono i contatti di facebook.
Preferisco, sbagliando, chiamarli contatti e non amici come si dovrebbe, in quanto credo fermamente che i secondi siano una questione a parte, che l’elettronica e le catene delle robe di rete così intrecciate sono proprio distantissimi da quello che è e deve essere un’amicizia.
Dunque, scrollando qua e là si scoprono anche robe interessanti, lo ammetto; e allora che in questo periodo sembra che il tempo non manchi perché non raccogliere certi inviti anche se inviti diretti non sono?
E allora vado. Ma non vado da solo. Come lo scorso anno sono stato in compagnia ad ascoltare le sue parole. Sono certo che la ‘Dele sia rimasta contenta del coinvolgimento.
Si è andati a Modena, dalle parti dello stadio, al Liceo Ginnasio Muratori.



Quando si arriva, per fortuna per tempo, l’aula magna (mica tanto magna) non contiene ancora tanti spettatori, così noi si riesce a sedere bene e comodi.
L’attesa è densa di chiacchiere, battute, curiosità, sistemazioni di oggetti vari quali sciarpe quaderno borsa zaino, prove di foto andate spesso male. Presto le persone arrivano, come si suol dire alla spicciolata. Molti hanno un’età, del tutto simile a quella di ‘Dele, e io mi sento un po’ meno anziano all’interno di un liceo. Alcuni probabilmente sono genitori di studenti, ma anche no, potrebbero esser gli amici dell’Associazione Amici del Muratori, appunto. Fatto sta che viene spontaneo pensare che la maggior parte del pubblico avrà diciassette o diciotto anni, che nel mentre arrivano pieni di entusiasmo sorrisi smartphone colori occhiali, e di lamentele che non ci sia più posto a sedere e che siano presenti  persone non del Muratori (eccoci, presenti, noi, qui, seduti, per tempo). Quindi penso e rifletto che io alla loro età non sarei mai andato a vedere ed ascoltare un cantante o uno scrittore che fosse interessante a persone allora reputati dinosauri dell’età dei miei genitori.
C’è qualcosa che non va.
Eppure è tutto a posto.
E’ tutto merito del nostro Francesc0.
Il quale coi suoi scritti piace e risulta avvincente per tante generazioni, senza esclusione, da quasi cinquant’anni a questa parte.
L’incontro con Guccini scorre sul tema “Il tempo e la memoria nei testi di Guccini scrittore e cantautore”. E il tempo è presto sulla parola dei moderatori e del nostro.
Quando vengono elencate le opere letterarie, spiegate sommariamente ma non superficialmente, immagino il mio regalo a un amico del trittico Croniche Pafaniche e Vacca d’un cane e Cittanova blues; ma in realtà mi rimprovero un poco di non aver ancora letto il primo Francesco scrittore; ma che pretendere da me che anche la conoscenza del cantautore è lacunosa.
Sono veramente tanti i testi da leggere. Fortuna che si finisce col Dizionario, e Nuovo Dizionario, delle Cose Perdute, che io ho già divorato in tempi non sospetti.
Poi parla lui.
E io prendo appunti sull’inseparabile quaderno.
Dice che non ci sono consigli per gli scrittori novelli, non c’è un consiglio per uno stile o un argomento. Spiega che lo scrittore è come i maiale, più lo riempi più rende coi suoi prodotti, e del maiale non si butta via niente, e se lo riempi di roba buona può uscirne solo roba buona. Io l’ho intesa così: “Leggendo tanto qualcosa salta fuori, ti rimane attaccato, e rimane lì pronta per essere scritta”.
Si racconta che in passato gli è capitato di dire, sconsolato, osservando l’orologio appeso al muro, “un secondo in meno, un secondo in meno, un secondo in meno…” da vivere, e che la lancetta dei secondi serve solo per far vedere che l’orologio funziona.
L’inizio della disquisizione sul tempo, che passa, che non si ferma, è ben cominciata.
Dice che l’uomo, come ben si sa, è l’unico animale che sa che c’è una fine. L’uomo ha coscienza, quindi sa bene che prima o poi finirà la vita, quindi sa bene che il tempo per sé non è per sempre.
Una volta imparato questo sembra si debba vivere per risolvere il dilemma. Non sapendo quanto sarà domani, lungo o corto non è dato sapersi, l’unica soluzione è vivere al meglio il presente (qualcuno dice essere un dono, ndcs) senza dimenticare il passato fatto di ricordi, che aiutano a vivere il presente verso il futuro, giacché è l’unica roba certa proprio perché già accaduta, dunque il ricordo che ognuno ha è la base per affrontare il momento ora e adesso, e i giorni a seguire.
Spesso si tende a ricordare, in effetti, solo le cose belle della vita, passata. Io perplimo tra me stesso, riflettendo sul fatto che dipende molto molto molto da quel che sono le cose accadute e che tipo di ricordo lasciano, che sono certo certi traumi ed esperienze non potranno mai essere dimenticati. Francesco accenna ad esperienze personali, e dice che col tempo che passa certi ricordi che riportano a robe non belle poi diventano affievoliti, e a volte piacevoli, con quel po’ di leggerezza e sarcasmo che aiutano a ricordare meglio. Appunto.
Se non sappiamo da dove veniamo dove potremmo andare?, si chiede ricordando il suo Radici.
Poi, quasi d’improvviso, vengo schiaffeggiato, e le mie sensazioni si moltiplicano, e mi emoziono forte, e non posso non essere contento del fatto che il nostro Guccini abbia scritto quello che ha scritto. Riporto quindi alcune strofe del testo della canzone Autunno:

Rinchiudersi in casa ad aspettare qualcuno o qualcosa da fare,
qualcosa che mai si farà, qualcuno che sai non esiste e che non suonerà...
Rinchiudersi in casa a contare le ore che fai scivolare
pensando confuso al mistero dei tanti io sarò diventati per sempre io ero...
Rinchiudersi in casa a guardare un libro, una foto, un giornale
e ignorando quel rodere sordo che cambia io faccio e lo fa diventare io ricordo...

E la malinconia mi assale, poi un sorriso, poi la voglia di proseguire con le mie idee, per davvero, ancora.

L’incontro termina con diverse domande dal pubblico, precise e profonde, alle quali Francesco risponde sempre, condendo sempre coi propri aneddoti.

Quanto starei ad ascoltare i suoi aneddoti.
Già. E’ proprio ora di leggere qualcosa in più del nostro Guccini da Pavana, poco oltre Porretta Terme.

Alla prossima, foss’anche solo l’anno prossimo come è stato quest’anno.

(grazie 'Dele per la compagnia, e per la pizza)