Sono
stati bravissimi!, e non smetterò mai di affermarlo.
Hai
un'idea e vorresti coinvolgerli.
E
almeno uno dei due ne è entusiasta. Allora inizi a pensarci per
bene, e passano i giorni, e passano altri impegni.
Arriva
il giorno che dovrebbe vedervi protagonisti di una bella giornata e
tu che fai?, pensi bene di essere stanco. Come loro peraltro.
La
mattina stessa hai una illuminazione: il giro, passeggiata, o
trekking che dir si voglia, sarà in Val Sorda nel Valpolicella poco
a nord di Verona.
Quindi
panini, vestiti, occorrenze varie, e sono pronti due zaini da
portarsi appresso per quella che dovrebbe essere una buona
escursione. A questo punto pomeridiana.
Tu
lo sia bene che un pochino è azzardata. Visto che conosci il
percorso perché già camminato in un paio di occasioni, sai anche
che sarà solo la prima parte a darti più pensieri, con gli ostacoli
e gli esercizi naturali, e che dopo sarà solo una lunga camminata
per il rientro.
E
allora perché non andare per davvero in quella che sembrerebbe una
villanata di altri tempi ma che è semplicemente un'escursione
pomeridiana?
Andate.
Voi tre. Come altre volte. Voi tre. E un perché anche in questo caso
ci sarà.
L'apparenza
dice che sono pronti per un giro così lungo, e quando siete al
parcheggio nei pressi del Mulino sono pronti a cambiare i sandali con
le pedule, sono pronti a mettere lo zaino sulle spalle, pronti con
berretto in testa e bastone al fianco.
Cominciate
a camminare e subito inizia la tua tiritera di raccomandazioni,
giacché andare per sentieri non è una passeggiata, e questo è
tutto dire.
L'ambiente
è coinvolgente come le altre volte, è bellissimo, e il frastuono
del torrente è una fresca copertina alla calura che stenta ad
andarsene.
Gli
ostacoli si presentano puntuali, come previsto, e sono affrontati
attentamente, come sperato.
La
vista del ponte tibetano sopra la vostra testa non fa che incentivare
i passi.
Ma
i crampi di fame del pranzo, giacché lo sai bene siete partiti ben
tardi la mattina, si fanno sentire presto.
Pochi
ostacoli dunque, pochi attrezzi da escursionisti esperti, e vi
fermate seduti al bordo del sentiero.
Avete
già affrontato delle passerelle, delle scalette, delle rocce un po'
così, come dire, impegnative, e delle corde, funi e catene. Avete
già percorso e affrontato un tratto esposto al torrente, dove il
torrente è solo una vasca di roccia lunga sottile, dove mettere male
un piede o una mano significherebbe scivolare giù. Non è nemmeno lo
scivolare in acqua (e magari, per certi versi, scivolare in acqua
fredda vista la canicola estiva), bensì è scivolare sulla roccia,
eventualmente sbattendo qua e là, col rischio di segnarsi rompersi o
altro.
Quindi
tu, dal loro fianco, hai già perso qualche anno di vita.
Eppure
sorridi con loro mentre mangiate gli avanzi scongelati di spaghetti
al tonno e di salmone alle patate e mentre sgranocchiate i panini del
mattino, ma soprattutto mentre bevete. Bevete molto, pure i sali
minerali...
Fa
caldo, le magliette sono ben madide, i berretti gocciolano l'essenza
della fatica.
Siete
sereni.
Mentre
consumate gli ultimi morsi, di fame o di cibo, osservate stupiti e
imbarazzati quattro persone, presumibilmente una famiglia,
probabilmente non italiana, scendere scivolare dal fianco del monte
davanti a voi, immaginando tutta la loro difficoltà nel muovere quei
passi su quel ripido pendio.
Controlli
l'orario. Ripartite, senza perdere troppo tempo perché se è vero
che la seconda parte “è solo tutta camminata” è anche vero che
è necessario arrivare alla metà della passeggiata così da essere
saliti più in alto, fuori dalla gola, e poter contattare chi di
dovere per lasciare anche solo un misero messaggio della serie “tutto
bene, tutto come previsto”.
Perché
in quella gola, e pare tutto attorno, non c'è il minimo campo, c'è
“solo chiamate di emergenza”.
Continuate
dunque la vostra avventura. Pieni di chiacchiere, battute, sospiri, e
le prime fatiche.
Lasci
sempre più spesso che siano loro, chi prima chi dopo, a trovare il
segno biancorosso per proseguire i passi. E lasci che siano loro a
capire e spiegare come affrontare i vari passaggi sui vari ostacoli
(che ogni tanto tu chiami “esercizi ginnici”).
Sono
bravi. Capiscono. Spiegano. Vogliono fare da soli.
E
tu, dietro, o di fianco, solo a controllare i loro passi.
E
tu, alla distanza giusta, speri, attendi che siano loro a chiedere a
te.
E
tu, correttamente, lasci loro tutta la libertà possibile.
Quello
che avresti mai voluto vedere poi capita. Davanti ai tuoi occhi
scivola uno di loro. Scivola e non ci puoi fare niente. Scivola e non
si agita. Stringe i denti. Si ferma presto. Si alza si tocca. E'
bagnato infangato e stanco e deluso. E' serio. Presto sei da lui. Lo
rincuori. Lo sorreggi. Ti accerti delle condizioni. Pare a posto. A
parte lo spavento. Stringe i denti, forse per non mollare la
tensione. Forse per non piangere.
Prendi
in mano la situazione, e fortuna non sei da solo. Vi aiutate. Lo
cambi, nuovi pantaloni nuova maglietta.
Ecco
cosa serve il cambio nello zaino, quello che non vorresti mai
utilizzare ma che all'occorrenza deve esserci.
Sei
organizzato bene, nonostante tutto, nonostante tutti i pensieri che
hai.
Annunci
che presto arriverete al termine degli ostacoli, che verso la fine ce
n'è uno veramente interessante.
E
tra te e te speri ancora che non sia troppo tardi.
Finalmente
arrivate alla roccia, e al suo laghetto di sotto. E loro non sanno
che pesci pigliare. E loro si immaginano camminare dentro al laghetto
perché non capiscono mica come poter passare. Allora fai notare che
il segno biancorosso non è come tutti gli altri, che è disegnato
diversamente, che sembra proprio una freccia, come a indicare la via.
Dunque,
un attimo di riflessione, e capiscono che ci si deve infilare sotto a
quella roccia nei pressi del suo laghetto, che ci si devono
utilizzare dei passaggi stretti con pioli in metallo piantati nella
roccia.
E
via allora, sdraiati sul sentiero roccioso a scalare quella che
sembra un'impresa.
Poco
oltre incrociate i passi dei quattro ragazzi di cui una in infradito.
Sono gli stessi che al mattino appena cominciata la camminata vi
hanno superato senza alcuna difficoltà. Biascicano alcune parole tra
loro, ma mica tanto, come “ci siamo quasi persi”. E tu immagini
che stiano rientrando da non so dove, che nemmeno li vedi adatti a
camminare lì in quella gola. Passate oltre e non vi curate troppo di
loro.
Avanti
qualche passaggio a passi ben distesi, se non fosse per i su e giù
ripidi del fianco della montagna, arrivate in un tratto tranquillo;
l'acqua è lontana o sotto i massi che calpestate, ma spesso scorre
sulle lastre di pietra che ogni tanto siete costretti a camminare.
Ancora,
ma l'altro, vedi quello che non vorresti vedere. Scivola col piede e
cade. Cade sembra male e fragorosamente. Il pianto è immediato. Si
tocca, si tocca troppo. Eppure è in piedi con te. Ti guarda rapito
dal dolore. La tua preoccupazione aumenta ma non la lasci palesare.
Ora è da curare, nel senso di tranquillizzare. Il grosso anche
questa volta è lo spavento.
Passerà.
Quello
che non passa è la stanchezza. E ora che non siete nemmeno a metà è
veramente già troppa.
Però
è forte anche lui, come l'altro, come te. E proseguite.
C'è
un altro passaggio che ti fa perdere anni di vita, è scivoloso ed è
cieco. Ma siete oltre che sembrate uno spettacolo.
La
gola si stringe. Il torrente torna a fare sentire il suo canto. Il
cielo azzurro si nota sempre più tra le fronde degli alberi. Ormai è
ora di salire, finalmente, al paesello di metà camminata.
Ma
la via non c'è. Cioè voi non la vedete. Cioè dopo l'ultimo segnale
biancorosso pitturato sull'ultima grande roccia ci sono solo un ampio
laghetto la gola stretta e tanti alberi sradicati e franati.
Ti
fai silenzioso. Molto. Controlli oltre. E' una situazione che hai già
vissuto e sai bene che se oltre l'ostacolo non si vede alcun segnale
è molto probabile che sia meglio non proseguire. Valuti. Respiri. Ti
fai pure silenzioso. E loro con te. Probabilmente capiscono il
vortice dei pensieri che hai in testa e almeno ti lasciano riflettere
un po' in pace.
Poi
controlli l'ora dell'orologio: è già troppo tardi per qualsiasi
situazione. E non va bene. A quell'ora dovevate essere ben oltre la
metà, ben oltre il paesello. E non c'è ancora segnale. La gola
strozza ogni possibile comunicazione.
E
la tua preoccupazione pensando a chi dover voler avvertire si fa
grande. Ma la tieni per te, che loro non possono non devono
percepirla.
“Si
torna indietro!”, sentenzi senza battere ciglio.
Avverti
che sarà da ripetere tutto, tutte le difficoltà saranno da
camminare, tutti gli ostacoli da superare... che non c'è altra via
per tornare all'auto.
Sorridi
distraendo i loro sguardi preoccupati, e cammini facendo loro segno
di muoversi e di sfruttare tutti i tratti che consentono di camminare
al meglio, sempre attenti a dove come si mettono i piedi, in svelto
per accorciare al massimo i tempi.
Il
sole è ancora alto ma presto andrà dietro la montagna a ovest...
Poco
dopo realizzi che quei quattro ragazzi di cui una in infradito
avevano anch'essi forse, forse?!, FORSE!!!, trovato il sentiero
occluso dalla frana, ma da veri “BASTARDI LORO E CHI COME LORO”
non avevano detto nulla in merito, non avevano avvertito voi tre.
Niente di niente. Solo vaghi sorrisi di circostanza falsi e e pieni
di superbia.
Presto
arrivate al primo esercizio di equilibrio su quella lastra di roccia
e trattenendovi alla corda riuscite bene nel passaggio. Loro sono
concentrati, e tu li trascini bene. Altro ostacolo altro giro altro
gettone altro passaggio. E camminate verso il rientro.
Ma
sai bene che sono tanti gli ostacoli, e che rischiate di scivolare o
cadere o ancora peggio. Hai già visto cadere entrambi, e non vuoi
assolutamente ripetere quelle visioni.
Immagini
che forse, forse, se salite sulla destra, magari salendo un po'
ripidamente, arrampicandovi, potreste trovare il bosco che guarda il
sentiero che sarebbe stato di rientro; controlli la mappa e vedi bene
che le linee di altitudine sono lontane, quindi da quella parte la
collina scende lentamente; capisci che potrebbe essere davvero una
buona idea; controlli spesso alla tua destra, in alto, ma è sempre
sempre più roccia, e sembra inattaccabile dai vostri passi.
Nel
mentre loro ti seguono ligi, a volte sorridono, a volte scherzano. E
tu li senti sereni.
Arrivate,
finalmente, all'indicazione per la grotta. Di lì sale un sentiero,
sembra fiancheggiare il fianco del monte. Ti piace, e piace a loro.
Quindi vi avviate pestando la traccia che a volte è nascosta dalle
frasche. Si vede bene che non è frequentato molto anche se ben
visibile. E sembra davvero aggirare il fianco del monte. In breve
scorgete il ponte tibetano. E sospirate positivamente. Quel ponte lo
avevate visto all'inizio del percorso, quindi giocoforza siete verso
la fine. Sospirate ancora. Sorridete bene.
Ricordi
perfettamente che all'inizio del percorso era presente un cartello
segnaletico indicante il ponte tibetano, ed era proprio da quella
parte, quindi il ragionamento ti porta a pensare che attraversando la
gola sul ponte potreste arrivare davvero a un sentiero certo per fare
ritorno al parcheggio dove c'è l'auto.
Vi
concentrate bene e con la massima attenzione camminate sul ponte
sospeso a quaranta metri sopra il torrente, che da così in alto
nemmeno si sente scorrere. Quando arrivate di là, che tu pensi il
punto di partenza per il definitivo rientro, loro fanno merenda e tu
controlli i dintorni scoprendo che il sentiero che vi apprestare a
camminare sembra appena fatto, e sembra fatto apposta per arrivare al
ponte partendo da giù, là dove l'auto vi attende.
Ti
guardi intorno ed ammiri il panorama, ammiri quello che manca poco
essere il tramonto. E' estate e il tramonto è lungo in estate, ma le
montagne tendono a nascondere prima del tempo la discesa del sole
nella notte.
Proseguite,
dunque, rigenerati dagli ultimi ragionamenti e dalla consapevolezza
che non siete sperduti non si sa bene dove. Siete convinti, e
cominciate a salire i gradini terrazzati con le travi di legno. In
poco arrivate a una panchina (e tu pensi tra te e te che se c'è una
panchina c'è anche una buona via, e che quindi siete davvero sulla
strada giusta, e pensi che ve la state cavando bene), che si trova su
un piccolo spiazzo dal quale si gode una vista panoramica delle valli
e dei monti. Affascinante, ma voi dovete ancora proseguire.
Il
sentiero vi costringe a salire ancora, sulle rocce, con gradini
naturali non sempre agevoli. Ci sono dei tratti che sono molto
esposti. E le tue preoccupazioni aumentano.
Lo
senti che sei preoccupato, lo sai e lo vedi delle infinite gocce di
sudore che scendono incessanti dalla tua tesa. Sai che sei in
pericolo, che loro con te, che basterebbe un attimo. Lo sai bene e ti
sforzi di abbracciare entrambi per proseguire bene.
Successivamente
il sentiero si sviluppa senza gradini, livellato sul fianco, ma non
scende. Ti permette di provare a chiamare col telefono, perché tutta
quella salita potrebbe avervi portato in un luogo dove il segnale
arriva. I vostri telefoni infatti cominciano a vibrare e a
risvegliarsi. Fate una telefonata per tranquillizzare chi attende
ancora notizie. E mandi un messaggio breve per cercare altra
tranquillità, ché non vorresti mai fare preoccupare, e rimandi a
più tardi spiegazioni verbali, che ora è lì che devi badare bene.
Poi,
dopo molte fatiche, arrivare a un boschetto dove c'è una traccia di
sentiero, anzi sentieri, molto ampio, e dove ci sono segnaletiche
varie. Tra le quali noti quella che indica il sentiero in Val Sorda,
quello degli esercizi escursionistici per esperti, quello con gli
ostacoli di roccia corde catene passaggi scalette ponticelli. E noti
che in fondo, dove voi avete deciso di rientrare, il sentiero sale a
destra con un tornante, e un altro tornante, e poi successivamente
sale a sinistra verso il paesello.
Ecco
che pensi che forse potevate proseguire senza tornare indietro e
soffrire tutto quello sofferto.
Ma
il dubbio ti disturba, distrae la tua concentrazione, quindi non ci
pensi più, non ci vuoi pensare. Ti concentri sul cartello che punta
al Mulino dove è parcheggiata l'auto. Dice 600 metri di lunghezza,
250 di dislivello, 40 minuti di camminata. Dici che 600 metri non
sono tanti, sono niente, sono un giro e mezzo di pista. Dici che 250
metri a scendere sono molti, che tutto quello che avete salito fino a
quel momento ora è tutto da scendere. Dici che 40 minuti speri siano
meno.
Vi
avviate e presto il sentiero scende, scende, scende. Sono mille i
gradini di roccia che affrontate. E sono altrettanto i tornanti
esposti che sembra invitino a buttarsi di sotto.
Tutta
l'acqua, in partenza sembrava troppa, che avevate con voi, che avevi
tu nello zaino sulle spalle, sta per finire. La disidratazione è
dietro l'angolo. Avete sudato tanto, troppo. Ed il rischio di
sentirne la mancanza è alto.
Chi
è davanti sceglie bene i suoi passi, e tu poco distante lo ammiri,
lo inciti, lo lodi. Chi è dietro si sente meno pronto, ti chiede
spesso la mano, e spesso gli dici dove mettere i piedi, anche se
altrettanto spesso lui stesso vuole fare a modo suo, e tu lo lodi per
le sue iniziative. Così alterni sguardi preoccupati e ammirati
davanti a te a chi fa la strada, ad aiuti e sorreggi le spalle a chi
è più vicino appena dietro a te.
Scendete,
scendete, scendete. E con voi il sole. E la montagna di fronte sembra
abbracciare l'arancione del tramonto.
Piano
piano vi addentrate nel bosco, il sentiero sembra meno ripido. Un
minimo ma non troppo vi rilassate. Vedete il tetto dell'edificio del
parcheggio. Siete soddisfatti. E siete stanchi. Stanchissimi.
Talmente
stanchi che chi è davanti e cammina per primo non ne può più.
Inciampa e cade. Cade. Ma cade bene e si ferma appoggiato a un
alberello. Ha un motto di stizza e nervoso, si è impaurito, è
stanco, si lamenta.
Butta
lì un pianto di sfogo, come a buttare fuori qualcosa, una
preoccupazione.
Come
a ricaricare per l'ennesima volta le pile di questa giornata.
Poco
dopo si fa pausa bagno wc escrementi. E pure questo è motivo di
rilassamento e di “ce la stiamo facendo”.
Tu,
dentro te che fuori non puoi, salti dalla consapevolezza che manca
poco all'apprensione che il buio sta scendendo sempre più. Lo senti
bene che ci sei, che ci siete, che siete in fondo. Li convinci a
mantenere la calma e la concentrazione, che non è il caso di
rovinare tutto proprio a un passo dalla meta.
Poi
scorgete un prato. E ascoltate il torrente. E ci siete.
Due,
tre passi. Un guado svelto. Il sentiero del rientro che non avete
percorso.
L'asfalto.
Il parcheggio. L'auto.
Tu
sei contento. Contentissimo. Fosse per te grideresti di gioia. Ma il
tuo ruolo ti impone altro.
Li
inviti a battere il cinque, e anche il dieci. Li inviti a essere
felici e soddisfatti. E loro rispondono per le rime. Sorridono,
scherzano, tolgono le pedule, si cambiano la maglietta, bevono quel
po' che è rimasto. Sembrano pure appagati. Sono stanchissimi.
In
poco sedete in auto.
In
poco vi rilassate nel rientro.
Chiamate
chi deve essere chiamato, tranquillizzando il più possibile, c'è
chi sorride c'è chi dice che non ne farà più, c'è chi ascolta in
piena preoccupazione.
Ed
in silenzio prendete la via del rientro.
Arrivare
a casa è ancora lunga.
Vi
aspetta un bel viaggio in auto al buio della notte, la pizza, e la
gioia del letto per dormire bene.
Sono
stati bravissimi!!!
E
non smetterò mai di affermarlo!
(e
tu, se spesso hai perso degli anni di vita, hai anche raccolto tutto
quello che passava, tutto di loro)